Disastri annunciati: i 18 errori ammazza-startup

Se li conosci, li eviti. Se li conosci, non ti uccidono. Tranquilli, non alludiamo a pericolosi virus che minacciano l’umanità. Parliamo ‘solo’ di business e dei 18 errori capitali che possono vanificare i sogni di gloria di una startup. Non esauriscono di certo tutte le evenienze che possono influire sul cammino di una giovane impresa. Si tratta però, quantomeno, di quegli aspetti dell’attività su cui si può esercitare un certo controllo.

In effetti, i 18 passi falsi che andremo ad esaminare di seguito sarebbero tutti eliminabili dedicando una maggiore attenzione, sia in fase di progetto che in corsa, alle variabili principali, fondamentalmente: organizzazione, prodotto, target e risorse finanziarie.

1 Singolo fondatore. Non ci sono notizie di startup di successo portate avanti da un’unica ‘testa’. Sembra non esserci niente di male a imbarcarsi da soli nell’impresa. Si tratta invece di un peccato originale che si riproporrà lungo il cammino. Innanzitutto, dare il via a un’azienda è assai arduo, sia per mole di lavoro che per dispendio di energie, fisiche e mentali. E poi, in seguito, mancherà sempre la possibilità di fare un proficuo brainstorming migliorativo con i propri soci, magari pure amici, come capita spesso nelle startup fondate da più persone. Senza dimenticare che nei momenti difficili, sempre in agguato, avere qualcuno a cui appoggiarsi e con il quale affrontare la situazione può risultare decisivo.

2 Location sbagliata. La stessa startup può ‘morire’ in un posto e prosperare altrove. Da che dipende? Sono tanti i fattori. La Silicon Valley è il maggior simbolo planetario. Lì si sono create le condizioni ideali per un ecosistema adeguato allo sviluppo di imprese innovative. Ma sono tante le città e le aree adatte allo scopo. E a caratterizzarle sono una serie di elementi comuni: servizi appropriati, persone con le competenze giuste e in sintonia con determinati progetti, un tessuto imprenditoriale e universitario sviluppato e aperto all’innovazione, ecc. Sbagliare sede corrisponde quasi sempre a una condanna.

3 Nicchia marginale. Quando si trova una porzioncina di mercato libera, a meno che non si sia fortunatissimi o abilissimi e visionari, qualità estremamente rare, la prima domanda da porsi è: perché? Perché nessuno ha pensato di fare affari in quella nicchia? La risposta probabilmente è che non c’erano affari da fare. Evitare la competizione significa, il più delle volte, evitare le buone idee.

4 Idee derivate. Avviare un business per imitazione non è premiante. Tante idee derivano da intuizioni precedenti, è vero. Ma se si guarda alla storia delle startup arrivate al successo, difficilmente si trovano riadattamenti di soluzioni altrui. Puntare su l’originalità e l’utilità della proposta è l’unica via per tentare d’imporsi sul mercato. Di solito, le startup nascono a causa di un problema irrisolto di un fondatore. Avere un’esigenza personale specifica sembra, infatti, ispirare più di ogni altra cosa: Google è nata perché Larry Page e Sergey Brin non riuscivano a trovare roba online, Hotmail perché Sabeer Bhatia e Jack Smith non potevano scambiare e-mail sul posto di lavoro. E sono tanti i casi simili.

5 Ostinazione. Essere ostinati conduce al traguardo in diversi campi. Soprattutto in quelli dove l’obiettivo è ben definito e non contano le battute d’arresto. Non appare, dunque, l’approccio migliore per l’avvio di una startup, che richiede invece capacità di adattamento e flessibilità per seguire il percorso, ovunque esso conduca. Un po’ come nella ricerca scientifica: si parte per scoprire qualcosa e si trova qualcos’altro. Non è concesso rimanere troppo aggrappati al piano originale, che non di rado si dimostra inadeguato. Le startup di maggior successo finiscono per fare qualcosa di diverso rispetto a quanto originariamente previsto. Bisogna essere pronti a riconoscere l’idea migliore, quando arriva. E la parte più difficile sta proprio nel saper rinunciare  alla vecchia.

6 Cattivi programmatori. E’ comune che a fondare una startup sia un programmatore. E, in tal caso, il rischio di scegliere il team sbagliato si abbassa di parecchio. Ma talvolta l’intuizione può essere di un non tecnico, magari di un ragazzo con aspirazioni imprenditoriali e buone idee. In queste circostanze, il pericolo di sbagliare le scelte e affidarsi a sviluppatori incapaci diventa concreto e può generare disastri. Affidarsi alla consulenza di qualcuno tecnicamente preparato che si occupi della selezione iniziale può essere una buona precauzione.

7 Piattaforme tecnologiche sbagliate. E’un problema correlato al precedente, in quanto è spesso compito dei programmatori individuare l’ambiente informatico migliore in cui sviluppare il business. Diciamo che evitando di assumere le persone sbagliate si ha una buona probabilità di mettersi al riparo da questo rischio.

8 Lentezza nel lancio sul mercato. Si dice che un software è sempre pronto all’85% e che non sarà mai ultimato finché non finirà in mano agli utenti. Questo per dire che le startup hanno sempre un motivo per non confrontarsi col mercato, nel senso che rimandano l’appuntamento per arrivare col prodotto perfetto e definitivo. Il rischio è di non averlo mai. Ci vuole il coraggio di rilasciare agli utilizzatori anche qualcosa passibile di miglioramenti che garantisca delle funzionalità minime, ma già utili, piuttosto che rinviare il lancio ad libitum. Avere un riscontro dal mercato è spesso anche l’unico modo per capire dove intervenire per completare il prodotto.

9 Eccessiva fretta. Allo stesso modo, è pericoloso essere troppo frettolosi. Lanciare sul mercato qualcosa di non pronto può rovinare irrimediabilmente la reputazione di un’azienda. E’ovvio che deve esserci un nucleo minimo utile e funzionante per gli utenti, altrimenti s’arrabbiano…Decidere di procedere, avendo in mente il risultato finale, attraverso piccoli traguardi intermedi può essere un buon metodo per raggiungere le funzionalità minime necessarie.

10 Mancanza di un profilo di utente. Realizzare un prodotto, qualunque sia, senza figurarsi nella mente (e per iscritto – ndr) chi lo andrà ad utilizzare, è il viatico migliore per andare a sbattere. Tracciare il profilo utente è fondamentale. Se l’intenzione è quella di risolvere un problema o venire incontro a un’esigenza non è possibile prescindere dal conoscere chi ne sia il portatore. Ecco che ritorna la ‘leggenda’ secondo cui le startup migliori nascono per risolvere qualcosa a uno dei fondatori.

11 Troppo poco denaro raccolto. Pochi soldi generalmente significano poco tempo per decollare. Come avere più di un fondatore è statisticamente premiante, così lo è ottenere buoni finanziamenti. Il quanto dipende molto dalla fase, avvio o sviluppo, e dal prodotto, prototipo o idea. Ciò che è certo è che quando il denaro si esaurisce o si vola o si rimane a terra. E avere dei buoni finanziatori fa la differenza sul tempo che si ha a disposizione per imparare a volare. Anche se poi è, giocoforza, agli investitori che bisogna render conto dei risultati, fintanto che non si raggiunge l’autonomia economica.

12 Spesa fuori controllo. Bruciare troppi soldi non è così comune, soprattutto tra gli startupper che si affidano a bravi consulenti. Di solito, inoltre, gli investimenti iniziali sono piccoli. Il modo più classico per andare oltre è l’assunzione di un sacco di gente. In questo caso, il contraccolpo è doppio: oltre ad aumentare i costi, dimiunuiscono le risorse necessarie a durare più a lungo.

13 Troppi soldi. Così come si può morire di poco denaro, si può essere travolti dall’eccesso. Che poi, a ben guardare, il problema non è tanto il denaro ma quello che porta con sé. Quando si raccolgono parecchi soldi dagli investitori, l’immediata conseguenza è che diminuisce il tempo a disposizione. Chi investe vuole risultati, e in tempi brevi. In queste circostanze, i fondatori rischiano di trasformarsi in meri dipendenti. Smettono di essere propositivi e appassionati e cominciano ad aver bisogno di sentirsi dire cosa fare. E’ l’inizio della fine.

14 Incapacità di gestire gli investor. Chi mette il denaro non può certo essere ignorato, anche perché si dà il caso che possa offrire talvolta contribuiti e consigli interessanti al progetto. Ciò non vuol dire che si debba lasciare l’azienda in mano loro e neanche che si debba perdere troppo tempo a confrontarsi su ogni decisione. E’ meglio focalizzarsi sul prodotto e l’attività, e casomai tenere a bada, al bisogno, un investitore che non si ritenga abbastanza considerato o non condivida una scelta.

15 Penalizzazione degli utenti rispetto agli utili (presunti). Questo non significa che una startup non debba guadagnare e che debba quindi rinunciare a darsi un modello di business. Ma è molto più difficile rispondere ai bisogni delle persone che far soldi una volta individuate le soluzioni. Per cui, soprattutto all’inizio, è bene profondere ogni sforzo per assicurarsi l’obiettivo primario: dare al target ciò che vuole. Il resto dovrebbe venire di conseguenza.

16 Non volersi sporcare le mani. Quasi tutti i programmatori preferiscono scrivere codice senza occuparsi del business che da esso può derivare. Pare sia stato così, in principio, anche per Page e Brin, che una volta inventato l’algoritmo di Google avevano subito pensato di vendere l’idea a una società, senza riuscirci peraltro. Perché è difficile vendere idee, per quanto ottime. Sul mercato pochi si fidano d’investire su un’intuizione. C’è bisogno di qualcosa di concreto, di un prodotto che possa contare su una base di utenti da sviluppare. Niente è più convincente per un acquirente.

17 Litigi tra fondatori. Le lotte intestine sono abbastanza comuni e generalmente dipendono da errori di valutazione iniziali. La maggior parte delle controversie potrebbero essere evitate scegliendo con criterio i propri compagni di viaggio. Il più delle volte i litigi nascono dalle persone, non dalle situazioni. Il che significa che sono inevitabili senza l’opportuna prevenzione. E’ auspicabile che il fondatore faccia un buon lavoro all’origine, magari rinunciando a qualche competenza tecnica a vantaggio delle qualità umane. Tale approccio nel tempo può rivelarsi salvifico.

18 Pochi sforzi e mancanza di coraggio. Sono tantissime le startup fallite per la scarsa dedizione o l’impegno a tempo perso dei fondatori. Non è raro che dei ragazzi, magari con un lavoro, si mettano in testa di sviluppare un’idea per vedere come va…Ed eventualmente pensare solo in un secondo momento a lasciare il proprio impiego e dedicarsi completamente all’attività imprenditoriale. Per quanto sia comprensibile come atteggiamento, il risultato non è quasi mai gratificante. Insomma, la morale è che, se si crede fortemente in qualcosa, bisogna avere il coraggio di abbracciarla completamente, senza risparmiarsi e rimanere aggrappati a qualche certezza (presunta).

Fabio Carlini

Giornalista ed esperto in comunicazione, è affascinato dal variegato universo delle start-up del web, che è al centro, non di rado, dei suoi sforzi e delle sue velleità creative.

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